Anche un orecchio in partenza perfettamente sano è soggetto a malattie di vario tipo. La principale minaccia alla sua integrità è rappresentata dai germi patogeni, che possono provocare otiti e altre infezioni più o meno gravi. Le orecchie non servono solo per sentire, sono anche il principale organo dell’equilibrio e alcune specifiche patologie possono danneggiare questo importantissimo “senso”.
Vediamo di fare un piccolo elenco delle principali patologie che potrebbero interessare le nostre orecchie nel corso della vita:
Infezioni dell’orecchio (otiti): causate da batteri o virus, le otiti possono essere più o meno problematiche a seconda che si limitino a colpire l’orecchio esterno, o quello medio e interno. Ne sono particolarmente soggetti i bambini. I sintomi principali dell’otite sono: continue secrezioni purulente maleodoranti (otorrea) che possono essere di colore giallo, verdastro o striate di sangue (a seconda dell’egente infettivo che ha prodotto la malattia e della zona interessata), dolore, arrossamento e infiammazione. Talvolta anche abbassamento dell’udito (ipoacusia) e febbre. Le otiti vengono in genere curate con gli antibiotici se all’origine c’è un’infezione batterica, ma il medicinale può essere somministrato localmente o per via orale. Se non ci sono complicazioni l’otite si risolve nel giro di una settimana.
Foruncoli: si tratta di veri e propri brufoletti pieni di pus infetto che possono comparire in qualunque punto del canale uditivo esterno o interno, soprattutto su cute danneggiata (ad esempio ferita o abrasa dall’uso di strumenti impropri per rimuovere il cerume dall’orecchio). I sintomi principali sono dolore e prurito. Un foruncolo infiammato può facilmente rompersi, e in tal caso il pus in esso contenuto fuoriesce. Questo tipo di mini ascesso non è grave, e di solito si riassorbe da solo, tuttavia se il dolore non dovesse passare, e anzi i sintomi dell’infiammazione accentuarsi, può essere necessario rivolgersi ad un otorino per effettuare un drenaggio del fluido purulento. Talvolta è indispensabile anche una cura antibiotica.
Otite estiva (otite esterna acuta): questa infiammazione si verifica facilmente in estate, e spesso è conseguenza di un accumulo di acqua nel condotto uditivo che non riesce ad essere eliminata. Ecco perché colpisce soprattutto chi faccia le vacanze al mare o frequenti le piscine. I sintomi di questa specifica otite non infettiva sono: arrossamento del canale uditivo accompagnato da prurito e dall’emissione di secrezioni chiare prive di odore. Altri possibili sintomi sono febbre e ingrossamento dei linfonodi. La cura dell’otite estiva consiste nell’assunzione di farmaci antinfiammatori e nell’applicazione eventuale di medicamenti locali pe ripristinare le condizioni di equilibrio dell’orecchio. Può anche essere utile una manovra, operata da parte dell’otorino, per far defluire i liquidi accumulati.
Sindrome di Ménière: malattia che interessa la parte interna dell’orecchio, in particolare il dotto endolinfatico o labirinto, canale semicircolare in cui non solo sono presenti i nervi auricolari che processano le onde sonore per trasformarle in input elettrici da mandare al cervello, ma che è responsabile del senso dell’equilibrio. I sintomi di questa sgradevole patologia, simile alla labirintite (infiammazione del labirinto, che però è in genere causata da agenti patogeni e guarisce senza lasciare traccia), sono variegati e possono differire da soggetto a soggetto. Segnaliamo: vertigini, sudore freddo, palpitazioni e tachicardia, senso di stordimento, nausea, acufene (“fischio” o ronzio all’orecchio), talvolta udito disturbato o ridotto. Purtroppo per la sindrome di Ménière non esiste una cura risolutiva perché non se ne conoscono le cause precise. Si possono tenere sotto controllo i sintomi con farmaci anticolinergici e una dieta appropriata. Agopuntura e tecniche di rilassamento anti stress sembrano risultare efficaci per molte persone.
Acufene: si tratta del classico ronzio, fischio o trillo che si sente come proveniente dall’interno del proprio orecchio, che non dipende da suoni esterni, e che in alcuni casi si può manifestare in modo tanto frequente da risultare insopportabile. Le cause di questo curioso disturbo auditivo sono svariate, dalla sindrome di Ménière appena vista allo stress, fino all’artrosi cervicale. L’acufene può presentarsi immancabilmente ogni giorno per mesi e poi risolversi spontaneamente, non ci sono cure. Ma se perdura, è importante comunque sottoporsi ad una visita dall’otorino per verificare le condizioni di salute del proprio orecchio.
Neurite vestibolare: si tratta di un’infezione dell’orecchio interno di origine virale. I sintomi sono: vertigini e stordimento, talvolta nausea e vomito, parziale abbassamento dell’udito, dolore, e un generale senso di malessere simile a quello dell’influenza. In rari casi nistagmo (movimento involontario dell’occhio). La neurite vestibolare va subito curata con i farmaci adeguati prescritti dal medico, non appena si manifestano i sintomi e fino a regressione degli stessi.
Colesteatoma: questa malattia otologica è caratterizzata da un’abnorme produzione di cellule epiteliali all’interno dell’orecchio medio, a sua volta causata da un’infezione cronica, tipicamente un’otite media mal curata con perforazione del timpano. Tra i sintomi di questa seria patologia dell’orecchio ci sono otorrea, dolore, abbassamento dell’udito (ipoacusia) progressivo, persino, nei casi più gravi, paralisi del nervo facciale. Il colesteatoma si cura con gli antibiotici solo quando sia in forma blanda o presa al suo inizio. Diversamente la soluzione è rappresentata dalla rimozione chirurgica dei tessuti in eccesso.
Presbiacusia: è l’abbassamento graduale, progressivo e inevitabile dell’udito che si verifica in molti soggetti anziani, soprattutto dopo i 65 anni. Dal momento che la causa è l’invecchiamento, non è possibile impedire il processo, tuttavia si può supplire alla perdita uditiva ricorrendo alle protesi rimovibili (i classici apparecchi acustici), o ossei permanenti. I sintomi possono interessare entrambe le orecchie o solo uno, e in genere si caratterizzano dal fatto che i primi suoni a “scomparire” sono quelli più alti e acuti, come certe voci femminili o infantili, il canto degli uccelli, il trillo del telefono.
Il Pap test (test di Papanicolaou, dal cognome del medico che lo ha inventato) è un esame di screening, che si effettua cioè anche in donne sane senza alcun segno di possibile malattia. Lo scopo è individuare precocemente tumori del collo dell’utero o alterazioni che col passare degli anni potrebbero diventare tali. L’introduzione del Pap test ha contribuito significativamente a ridurre la mortalità per tumore del collo dell’utero (anche detto della cervice uterina) per cui andrebbe eseguito con regolarità, ogni tre anni, da tutte le donne dopo l’inizio dell’attività sessuale o comunque a partire dai 25 anni di età.
L’esame si effettua con le stesse modalità di una visita ginecologica, durante la quale si applica lo speculum, uno speciale strumento che dilata leggermente l’apertura vaginale in modo da favorire il prelievo. L’operatore inserisce poi delicatamente una speciale spatola e un bastoncino cotonato che servono a raccogliere piccole quantità di muco rispettivamente dal collo dell’utero e dal canale cervicale. Su questo campione, in laboratorio, si farà l’esame citologico, sulle cellule esfoliate dal tessuto di rivestimento della cervice, esaminandole con appositi metodi di colorazione e un approfondito esame computerizzato.
Il diabete mellito è una malattia cronica caratterizzata da un’eccessiva quantità di zucchero (glucosio) nel sangue. Tale condizione è causata da un difetto di funzionalità o di produzione, da parte del pancreas, di insulina, un ormone che ha il compito di regolare il livello di glucosio nell’organismo. Attualmente si distinguono due diverse forme principali di diabete: Diabete di tipo 1 e Diabete di tipo 2.
Diabete di tipo 1
Il diabete di tipo 1, chiamato anche diabete giovanile per la sua predisposizione a svilupparsi durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, è una malattia autoimmune: il sistema immunitario, identificando le cellule del pancreas che producono insulina (cellule Beta) come estranee e dannose, è portato ad attaccarle e distruggerle.
Sintomi
I sintomi legati a questo tipo di diabete sono generalmente i seguenti:
poliuria (aumento del volume delle urine e la frequenza di minzione)
polidipsia (aumento della sete)
polifagia (aumento della fame) accompagnata da calo del peso
affaticamento e stanchezza
vista offuscata
Cause
Ad oggi, le cause che determinano l’insorgere del diabete di tipo 1 non sono ancora state identificate. Ci sono, però, alcuni fattori che giocano un ruolo importante nella sua comparsa:
Fattori genetici – si è potuta osservare una maggiore predisposizione alla malattia nei soggetti con genitori o parenti malati di diabete di tipo 1
Fattori ambientali – si ipotizza che alcune infezioni virali, anche comuni, possano scatenare la malattia in soggetti già predisposti geneticamente
Diffusione
Secondo il Ministero della Salute, in Italia i pazienti affetti da diabete di tipo 1 sono circa 300.000, un numero che è destinato ad aumentare. L’incidenza di tale malattia in tutto il mondo, infatti, è in continuo aumento.
Terapia
Per il diabete di tipo 1 attualmente non è ancora stata individuata una cura. Ci sono alcuni accorgimenti che aiutano a tenere sotto controllo i livelli glicemici del sangue, come una dieta equilibrata e una frequente attività fisica. Nel contempo, però, è necessaria l’assunzione quotidiana di insulina, per sopperire alla mancata produzione di tale ormone da parte del pancreas.
1) Terapia insulinica tradizionale
Il paziente si inietta l’insulina con una siringa o, molto più comunemente, con una penna per insulina. Tale terapia è effettuata utilizzando due tipi diversi d’insulina: ad azione lenta e rapida
L’assunzione dell’insulina ad azione lenta serve per coprire il fabbisogno derivante dalle normali attività dell’organismo, come la respirazione.
L’assunzione dell’insulina ad azione rapida avviene in corrispondenza dei pasti, e viene calibrata basandosi sui carboidrati assunti con la dieta, al valore di glicemia misurato e all’attività fisica svolta o che verrà svolta.
Questa terapia ha lo svantaggio di non mimare l’azione fisiologica del pancreas, in quanto la somministrazione dell’insulina avviene in pochi momenti della giornata e non costantemente nel tempo come in un soggetto non affetto da diabete.
2) Terapia con microinfusore per insulina
Il microinfusore per insulina è un dispositivo che imita il funzionamento del pancreas, fornendo all’organismo 24 ore su 24 l’apporto necessario di insulina. In questo modo, il microinfusore riesce a controllare in maniera ottimale i livelli di glicemia nel sangue, garantendo l’apporto supplementare di insulina durante l’assunzione di cibo o secondo le necessità dell’organismo del paziente.
Diabete di tipo 2
Nel diabete di tipo 2, il pancreas riesce a produrre insulina ma o è insufficiente oppure non è utilizzata in modo ottimale dall’organismo. In entrambi i casi, questa condizione porta a un eccesso di glucosio nel sangue.
Sintomi
I sintomi legati al diabete di tipo 2 sono generalmente i seguenti:
poliuria (aumento del volume delle urine e la frequenza di minzione)
polidipsia (aumento della sete)
vista offuscata
stanchezza
ferite che si rimarginano più lentamente
Cause
Sono state individuati diversi fattori scatenanti:
obesità
dieta non equilibrata, ricca di zuccheri
sedentarietà
età avanzata (oltre i 40 anni)
fattori genetici
Diffusione
Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute, in Italia i pazienti affetti da diabete di tipo 2 sono il 5,5% della popolazione, ossia più di 3 milioni; a questo numero, già elevato, si aggiunge un altro milione di persone, a cui però non è mai stato diagnosticato.
Terapia
La terapia per il diabete di tipo 2 consiste, in genere, nell’adozione di una sana alimentazione e di un esercizio fisico costante. Se questi accorgimenti non sono sufficienti a controllare i valori glicemici, è necessario assumere dei farmaci orali, che riducono la glicemia in diversi modi: incrementando la sensibilità delle cellule all’insulina, aumentando la produzione dell’insulina, diminuendo l’assunzione del glucosio attraverso i pasti, stimolando ormoni con effetto opposto all’insulina o espellendo il glucosio agendo sul sistema renale.
Solo nel caso in cui anche con tali farmaci non si riesca a ottenere un adeguato controllo glicemico, viene somministrata l’insulina.
diabete gestazionale
il diabete gestazionale colpisce le donne durante il periodo della gravidanza
Il diabete gestazionale
Il diabete gestazionale è una forma di diabete che colpisce le donne durante il periodo della gravidanza. Durante la gestazione alcuni ormoni secreti dalla placenta contrastano l’azione dell’insulina: solitamente l’organismo della donna reagisce producendo insulina in quantità maggiore. Se il pancreas, invece, non riesce a rispondere a quest’esigenza, la glicemia aumenta, causando questa particolare forma di diabete. Circa il 4% delle donne gravide è interessato da questa condizione, che però tende a scomparire alla fine della gravidanza.
Il diabete e le conseguenze sulla salute
Le conseguenze sulla salute derivanti dal diabete, sia di tipo 1 che di tipo 2, sono numerose. L’alto livello di glucosio nel sangue, oltre a creare problematiche immediate al paziente, è la principale causa di complicanze a lungo termine che limitano la vita del paziente e aumentano i costi del sistema sanitario nazionale. Le patologie correlate al diabete colpiscono le seguenti parti del corpo:
Occhi. Il diabete è la principale causa di cecità nel mondo: i microvasi della retina vengono danneggiati in maniera irreversibile dagli alti livelli di glucosio nel sangue;
Reni. Il diabete è la seconda causa in Italia di insufficienza renale perché l’alto livello di zucchero danneggia i vasi dell’apparato renale;
Cuore e apparato cardiocircolatorio. I soggetti diabetici hanno una maggiore probabilità di sviluppare ipertensione e avere infarti: anche in questo caso i vasi sanguigni vengono danneggiati dall’eccesso di zuccheri.
Cervello. Le patologie più frequenti a livello cerebrale nei soggetti diabetici sono ictus ed epilessia legate al danneggiamento dei sistema circolatorio dell’encefalo.
Arti. Il diabete è la principale causa di amputazioni nel mondo, in quanto il sistema nervoso periferico viene danneggiato dal glucosio in eccesso, rendendo i soggetti meno sensibili al dolore e provocando ulcere e lesioni che a lungo andare possono necessitare di interventi radicali come l’amputazione. L’arto più colpito, in genere, è la gamba, in particolare il piede (da cui il nome piede diabetico).
Il diabete nel mondo
Quante persone diabetiche ci sono nel mondo?
Secondo le stime dell’International Diabetes Federation, nel 2017 circa 429 milioni di persone soffrivano di diabete. Questo numero aumenterà notevolmente: si stima che raggiungerà circa 629 milioni entro il 2045.
Chi soffre di diabete?
Secondo le statistiche, la maggior parte delle persone affette di diabete ha dai 40 ai 59 anni d’età.
Se guardiamo ai Paesi in cui il diabete è maggiormente diffuso, possiamo notare una notevole incidenza della patologia soprattutto in Asia e Medio Oriente.
Prospettive per il futuro
Il numero di persone affette da diabete di tipo 2 è in rapida crescita sia nei Paesi avanzati, sia in quelli che sono in via di sviluppo.
Questo è dovuto principalmente a un’alimentazione squilibrata e a uno stile di vita sedentario, che conducono a obesità – una delle principali cause del diabete di tipo 2.
Anche il numero di pazienti affetti da diabete di tipo 1 è in crescita: grazie allo sviluppo della terapia e delle conoscenze nell’ambito diabetologico, è possibile infatti garantire loro un’aspettativa di vita pari a quella di una persona sana.
Il tumore della tiroide ha origine dalla trasformazione delle cellule di una ghiandola, la tiroide, posta nel collo appena sotto la cartilagine tiroidea (il cosiddetto pomo d’Adamo).
La tiroide ha la forma di una farfalla con le due “ali” ai lati della laringe. Le due ali costituiscono i lobi della tiroide, mentre la parte centrale che le congiunge è detta istmo.
La tiroide è una ghiandola endocrina: produce gli ormoni tiroidei che rilascia nel circolo sanguigno. Gli ormoni tiroidei regolano, fra le altre cose, il battito cardiaco, la temperatura corporea e soprattutto il metabolismo, ovvero la modalità con cui l’organismo utilizza e consuma le sostanze nutritive. Nei bambini intervengono anche nello sviluppo fisico e psichico, e la loro carenza determina un grave deficit sia nella statura, sia cognitivi.
La tiroide produce gli ormoni solo se stimolata a sua volta da un altro ormone, il TSH (o ormone tireostimolante) che viene prodotto e rilasciato dall’ipofisi, una ghiandola posta nelle parti più profonde del cervello.
La struttura degli ormoni tiroidei è caratterizzata dalla presenza di alcuni atomi di iodio, che è quindi un elemento fondamentale per la loro attività. La tiroide può funzionare più del normale (ipertiroidismo con aumento degli ormoni) o meno del normale (ipotiroidismo con ormoni bassi) e in entrambi i casi si possono avere disturbi importanti.
Un’altra patologia tiroidea molto diffusa è il gozzo (aumento di volume della tiroide) che può essere diffuso o nodulare. Fortunatamente il 90 per cento dei noduli tiroidei sono benigni e meno del 10 per cento sono maligni: in tal caso si parla più propriamente di cancro tiroideo.
Quanto è diffuso
Il cancro della tiroide è abbastanza diffuso. Rappresenta il 3-4 per cento di tutti i tumori umani e colpisce soprattutto le donne tra i 40 e i 60 anni. È uno dei tumori più frequenti per le donne in questa fascia d’età. L’incidenza è di circa 5 casi ogni 100.000 abitanti per gli uomini e circa 15-18 nuovi casi ogni 100.000 abitanti per le donne. Il numero di casi di tumore della tiroide è molto aumentato negli ultimi decenni: le nuove diagnosi hanno riguardato soprattutto piccoli carcinomi scoperti spesso casualmente durante un’ecografia tiroidea. È probabile che a tale aumento dei casi contribuiscano i controlli ecografici che in precedenza non si facevano e che hanno portato a diagnosticare tumori indolenti che in passato non erano scoperti.
Chi è a rischio
È stato stimato che fino al 10-15 per cento delle tiroidi esaminate all’autopsia può presentare forme tumorali della tiroide non diagnosticate quando la persona era in vita: ciò significa che il cancro della tiroide è più comune di quanto si pensi, ma che spesso non dà segni di sé, perché cresce molto lentamente ed è poco invasivo. Le donne sono più colpite degli uomini nella proporzione di quattro a uno.
Fra i fattori di rischio dei tumori papilliferi e follicolari c’è la carenza di iodio che causa il gozzo, spesso caratterizzato da numerosi noduli benigni della ghiandola che in alcuni casi può predisporre alla trasformazione maligna delle cellule.
Un altro fattore di rischio accertato è l’esposizione a radiazioni ionizzanti: il tumore della tiroide è più comune in persone che sono state trattate per diversi motivi con radioterapia sul collo oppure che sono state esposte a ricadute di materiale radioattivo come è accaduto dopo l’esplosione delle bombe atomiche nella Seconda Guerra Mondiale e dopo il disastro della centrale atomica di Černobyl.
Questo effetto delle radiazioni è particolarmente accentuato in età infantile o adolescenziale e pertanto in questa età bisogna evitare, se possibile, anche radiazioni mediche (come TC e radiografie), specie se interessano il collo. Infine un fattore di rischio per questi tumori ben differenziali è anche quello di avere un parente stretto che ha avuto il tumore.
La forma midollare può essere sporadica (cioè del singolo individuo) o familiare (più membri della stessa famiglia affetti dal carcinoma midollare) e a volte è associata a altre neoplasie endocrine, come il feocromocitoma , gli adenomi e tumori del pancreas endocrino multiple delle paratiroidi. Pertanto prende il nome di sindrome delle neoplasie endocrine multiple (o MEN). Oggi si conosce il gene alterato alla base di questa patologia (oncogene RET) e la sua mutazione viene trasmessa da genitori ai figli. I familiari dei pazienti colpiti da carcinoma midollare sono invitati a sottoporsi a visite specialistiche e al test genetico per verificare la presenza dell’alterazione di RET responsabile appunto della forma ereditaria.
Tipologie
Esistono vari tipi di cancro tiroideo: il più frequente è la forma ben differenziata (papillare e follicolare) che rappresenta l’85-90 per cento dei casi, poi c’è la forma scarsamente differenziata (5-7 per cento), la forma midollare (5-7 per cento), la forma indifferenziata o anaplastica (2-3 per cento).
La sopravvivenza è molto elevata nelle forme ben differenziate (oltre il 90 per cento a 10-15 anni dalla diagnosi, se vengono seguite le cure adeguate). Un po’ meno curabili sono le forme scarsamente differenziate, quella midollare e quella anaplastica.
Sintomi
Il segno più comune del tumore della tiroide è un nodulo isolato all’interno della ghiandola, che si sente con le dita se si tocca il collo in corrispondenza dell’organo.
Non tutti i noduli tiroidei nascondono però forme di cancro, anzi nella grande maggioranza sono forme benigne di crescita ghiandolare. Si stima che solo il 5-10 per cento dei noduli tiroidei sia effettivamente un tumore maligno.
In rari casi, generalmente i più aggressivi, il cancro può manifestarsi già all’esordio con una massa che cresce rapidamente e che può coinvolgere estesamente il collo, in corrispondenza sia della tiroide sia dei linfonodi latero-cervicali del collo. Questi ultimi possono essere spesso coinvolti anche nelle forme non gravi e devono essere ricercati con un’attenta ecografia nelle forme giovanili.
La funzione tiroidea non è quasi mai alterata dalla presenza dei noduli, siano essi benigni o maligni, e spesso il paziente non ha alcun disturbo specifico.
Prevenzione
Nelle aree dove il gozzo è endemico per mancanza di iodio, vi è una maggior incidenza di neoplasie tiroidee: in queste regioni è consigliabile utilizzare sale iodato (si trova comunemente nei supermercati, sia quello grosso che quello fino) al posto di quello normale, per ridurre il rischio di sviluppare il gozzo e gli altri disturbi benigni della tiroide.
Spesso si tratta di tumori che si mantengono silenti per lunghi anni. È però utile far palpare la ghiandola tiroidea dal medico almeno una volta l’anno per individuare eventuali formazioni nodulari e, nel caso di sospetto, eseguire una ecografia tiroidea. La palpazione della tiroide dovrebbe comunque far parte di un corretto esame clinico di medicina interna.
Diagnosi
Una volta individuato un nodulo, il medico prescrive una serie di esami per misurare gli ormoni tiroidei nel sangue (FT3 ed FT4) e il TSH per accertare il funzionamento della tiroide. L’eventuale modificazione patologica dei livelli ormonali in genere è indice di una patologia di tipo infiammatorio o autoimmune più che tumorale o, se gli ormoni sono aumentati, di un tumore benigno iperfunzionante (adenoma tossico), facile da curare. Conviene sempre misurare almeno una volta anche gli autoanticorpi anti-tireoglobulina e anti-tireoperossidasi per verificare che non vi siano concomitanti fenomeni autoimmunitari. Infine, nel percorso diagnostico del nodulo tiroideo, si raccomanda di misurare almeno una volta la calcitonina che, se elevata, può suggerire la presenza di un carcinoma midollare della tiroide.
Oggi l’esame più semplice e specifico per studiare la tiroide è l’ecografia, che permette di identificare la presenza di noduli, anche molto piccoli, i rapporti del nodulo con la ghiandola e i tessuti circostanti (inclusi i linfonodi) e le loro caratteristiche. Oggi conosciamo le caratteristiche ecografiche dei noduli più a rischio di malignità (noduli “sospetti” all’ecografia) e pertanto in questo caso è consigliato eseguire un esame citologico purché il diametro del nodulo sia maggiore di un centimetro (non è consigliato eseguire agoaspirazione di noduli al di sotto del centimetro se non molto “sospetti”). L’agoaspirazione viene eseguita sotto guida ecografica, il che consente di controllare la corretta posizione dell’ago introdotto attraverso la cute. L’esame delle cellule aspirate consentirà di definire il rischio di cancro.
Un altro esame, oggi utilizzato in casi particolari, è la scintigrafia tiroidea, che valuta la capacità della tiroide (e di eventuali noduli) di captare lo iodio. Si può eseguire somministrando tecnezio o piccolissime quantità di iodio radioattivo. I noduli, possono essere “freddi” alla scintigrafia in quanto non hanno la capacità di captare il tracciante radioattivo oppure “caldi”, se captano molto tracciante, più del tessuto normale. Questi noduli sono iperattivi e spesso sono associati a un quadro di ipertiroidismo (adenoma tossico) e sono quasi sempre benigni Solo il 5-10 per cento dei noduli freddi sono maligni.
Nel caso di gozzi con noduli di grandi dimensioni o di sospetto di invasione dei tessuti vicini, un ulteriore approfondimento diagnostico può essere ottenuto con una TC o una risonanza del collo che mostrano meglio i rapporti del nodulo con le strutture del collo e del mediastino (la parte superiore del torace) e lo stato dei linfonodi del collo.
Evoluzione
I cancri avanzati della tiroide possono invadere le strutture circostanti (laringe, esofago, trachea) causando difficoltà di alimentazione o di respirazione, ma si tratta di eventi molto rari (tumore anaplastico); nella gran parte dei casi il tumore è caratterizzato da una crescita lenta.
Per classificare lo stadio e la diffusione di un tumore si usa il sistema TNM, che si basa sulla dimensione del tumore stesso (T), sulla presenza o assenza di linfonodi coinvolti (N) e sulla presenza o assenza di metastasi a distanza (M).
Nella forma papillare o follicolare l’evoluzione e progressione del tumore è più frequente nel sesso maschile (i maschi hanno meno tumori, ma spesso più aggressivi) e nei soggetti di età superiore a 55 anni.
Per il carcinoma midollare sono previsti quattro stadi di gravità crescente indipendentemente dall’età del paziente e il carcinoma anaplastico, data la sua aggressività, viene sempre classificato al quarto stadio di gravità.
Come si cura
Per la cura del tumore della tiroide, la chirurgia è il trattamento di prima scelta. In genere si preferisce asportare tutta la ghiandola. Tuttavia un piccolo carcinoma papillare o follicolare della tiroide può essere curato con un intervento conservativo di lobectomia, cioè l’asportazione del solo lato coinvolto, in particolare se l’altro lobo risulta essere perfettamente normale all’esame ecografico.
I linfonodi coinvolti vengono ovviamente asportati, mentre si discute sull’opportunità di rimuoverli a scopo preventivo quando non si evidenzia il loro coinvolgimento nella malattia.
Oggi, per i tumori molto piccoli e senza fattori di rischio o coinvolgimento linfonodale si può adottare anche il sistema di osservazione attenta senza intervento, specie in pazienti di età avanzata.
Dopo l’intervento di tiroidectomia devono essere somministrati ormoni tiroidei in sostituzione di quelli che la ghiandola non può più produrre. La seconda linea di trattamento, per i tumori papilliferi o follicolari in cui si sospetta che sia rimasto dopo l’intervento del tessuto tumorale o se si ritiene che ci sia un rischio di recidiva, consiste nel somministrare iodio radioattivo, a completamento delle procedure terapeutiche chirurgiche (ablazione del residuo postchirurgico). A differenza di qualche anno fa, quando la procedura ablativa con iodio radioattivo veniva sempre e indistintamente eseguita, oggi è riservata solo ai casi definiti a rischio intermedio o alto di sviluppare una recidiva locale o metastasi a distanza. Il principio della terapia radiometabolica si basa sul fatto che le cellule tiroidee, anche se tumorali ma ben differenziate, sono avide di iodio e le radiazioni emesse dagli atomi di iodio radioattivo, attivamente captato e trasportato all’interno delle cellule stesse, successivamente le distruggono. Il trattamento radiometabolico con 131-I è particolarmente efficace e viene utilizzato al posto della classica radioterapia esterna. Questo trattamento viene anche utilizzato a scopo terapeutico per il trattamento delle metastasi. Esso può essere ripetuto varie volte almeno fintanto che le lesioni metastatiche dimostrano capacità di captare lo iodio.
La chemioterapia classica è ormai pressoché in disuso ed è sostanzialmente sostituita dalle nuove terapie a bersaglio molecolare. Oggi in Italia sono prescrivibili quattro tipi di questi farmaci: vandetanib e cabozantinib per il carcinoma midollare avanzato e progressivo e lenvatinib e sorafenib per il carcinoma scarsamente differenziato e per le forme originate come ben differenziate ma che nel tempo diventano refrattarie allo iodio radioattivo e non traggono più beneficio dalla terapia radiometabolica. I quattro farmaci appartengono alla famiglia degli inibitori delle tirosin-chinasi e il principale meccanismo di azione è il blocco sia della proliferazione cellulare sia della crescita dei vasi che nutrono il tumore. Questi farmaci devono essere utilizzati sotto il controllo di centri specializzati. Occorre comunque continuare a cercare nuovi farmaci e nuove procedure in quanto la loro durata d’azione appare purtroppo limitata nel tempo.
In conclusione i tumori della tiroide, sebbene con sempre maggiore diffusione, nella grande maggioranza dei casi sono ben curabili ed i nuovi farmaci hanno migliorato la prognosi e sopravvivenza anche nelle forme più aggressive.
La spirometria è l’esame che valuta come funziona il nostro apparato respiratorio: permette di misurare quanta aria contengono i nostri polmoni e come questa aria si muove attraverso i nostri bronchi, cioè di valutare se i nostri bronchi sono aperti o chiusi da malattie ostruttive come la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) o l’asma, se i nostri polmoni sono iperdistesi come nell’enfisema polmonare o ristretti, come nelle fibrosi del tessuto polmonare.
A che cosa serve la spirometria?
La spirometria può essere svolta con modalità e apparecchiature diverse e con percorsi differenti in base ai quesiti diagnostici.
Con la spirometria semplice o curva flusso/volume, vengono misurati solo i gas “mobilizzabili” cioè quanta aria riusciamo a inspirare ed espirare con uno sforzo massimale e la velocità con cui riusciamo a muoverla: i principali parametri misurati sono:
FEV1 o VEMS che indica la quantità di aria che riusciamo a espirare in un secondo con uno sforzo massimale: se i nostri bronchi sono chiusi, questo parametro sarà ridotto;
VC o FVC che indica quanta aria riusciamo a inspirare ed espirare con uno sforzo massimale, senza limiti di tempo.
Questo tipo di valutazione rappresenta in genere un primo step della valutazione funzionale respiratoria.
In caso di riscontro di anomalie, in genere si procede a una valutazione più complessiva con l’esecuzione di una spirometria completa che permette di misurare anche la quota di aria che rimane nei nostri polmoni dopo un’espirazione massimale, cioè il volume residuo: questa determinazione è molto importante per valutare il grado di ipersufflazione dei nostri polmoni, concetto che possiamo semplificare come grado di enfisema.
Questa misurazione può essere fatta con metodi diversi:
utilizzando un apparecchio che si chiama pletismografo, e in tal caso si parla di spirometria globale con tecnica pletismografica, che permette la determinazione contestuale delle resistenze pletismografiche delle vie aeree;
utilizzando la tecnica della diluizione dei gas e in tal caso si parla di spirometria globale.
I risultati sono sostanzialmente simili e l’esecuzione di un esame o dell’altro è legata solo alla strumentazione presente in un laboratorio: negli ultimi anni la metodica prevalentemente adottata è quella che prevede l’utilizzo della tecnica pletismografica.
Ulteriori step di una valutazione funzionale respiratoria sono:
test di broncodilatazione: quando si riscontra un’ostruzione delle vie aeree, si somministra un farmaco broncodilatatore (in genere salbutamolo spray) e si valuta se questa ostruzione è reversibile (in modo completo o parziale) o irreversibile: se c’è una buona risposta al farmaco si parla di un’ostruzione bronchiale di tipo asmatico; se c’è una cattiva risposta si parla di ostruzione di tipo BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva, la bronchite cronica);
studio della diffusione alveolo/capillare–DLCO: è un esame che misura come l’ossigeno passa dall’aria al sangue e come l’anidride carbonica passa dal sangue all’aria, per essere poi eliminata. I principale campi di utilizzo della metodica sono le malattie dell’interstizio polmonare (fibrosi polmonare) e la BPCO.
Come si svolge la spirometria?
Per lo svolgimento della spirometria con tecnica pletismografica, il paziente viene fatto sedere nella cabina pletismografica – grande circa come una cabina telefonica – e viene invitato a respirare attraverso un boccaglio monouso e un pneumotacografo (un misuratore di flusso) connesso con l’esterno, che permette di eseguire una curva flusso/volume.
In seguito il circuito viene chiuso con una valvola, impedendo il passaggio di aria tra il paziente e l’esterno: il paziente dovrà compiere pochi atti di inspirazione ed espirazione a boccaglio chiuso, comprimendo e decomprimendo in tal modo l’aria contenuta nei suoi polmoni e nella cabina pletismografica.
L’elaborazione di queste variazioni di pressione permette di calcolare il volume residuo di aria nei suoi polmoni.
Nella stessa seduta di esame può essere eseguito, se richiesto:
il test di broncodilatazione: al paziente viene somministrato un broncodilatatore e dopo 20 minuti viene ripetuta una valutazione con curva flusso/volume per valutare il grado di reversibilità della ostruzione riscontrata;
lo studio della diffusione alveolo/capillare–DLCO: al paziente viene fatto inalare un bolo di una miscela gassosa precostituita a base di O2, N2, CO, CH4 e viene richiesta un’apnea di 10 secondi, cui segue un’espirazione completa.
Durata della spirometria
L’esame della spirometria globale pletismografica ha una durata breve: 10-20 minuti circa, anche in base al grado di collaborazione da parte del paziente e al numero degli step successivi eseguiti. Di norma, il risultato dell’esame viene fornito nella stessa seduta di esecuzione.
Norme di preparazione alla spirometria
Per sottoporsi all’esame della spirometria non è necessaria alcuna preparazione specifica. Se il paziente assume farmaci per patologie respiratorie, in particolare broncodilatatori, dovrà chiedere al medico che prescrive l’esame se la terapia deve essere sospesa: l’esame può essere infatti richiesto per valutare lo stato di salute prima di una terapia ma anche per valutare la risposta a una terapia.
Controindicazioni, rischi ed effetti collaterali della spirometria
L’esame della spirometria globale pletismografica (e gli eventuali step di completamento) non è né doloroso, né pericoloso. Non esistono limiti di età se non quelli legati alla capacità di eseguire le manovre richieste (in genere dai 5-6 anni di età).
In presenza di certe situazioni, prima di procedere viene richiesta una valutazione preventiva del medico pneumologo:
ipertensione arteriosa incontrollata
gravidanza
stato post-operatorio da chirurgia toracica
stato post-pneumotorace spontaneo
epilessia.
Sono invece controindicazioni assolute:
infarto del miocardio e ictus cerebri recenti (nelle 6 settimane precedenti)
emottisi
ostruzione carotidea severa
deterioramento cognitivo
psicosi e comunque tutte le situazioni che non permettano una comprensione delle manovre richieste.
La comparsa di capillari evidenti sulle gambe rappresenta un grosso problema estetico, soprattutto per le donne.
Tra i possibili trattamenti mini-invasivi, di cui si occupa il chirurgo vascolare, per l’eliminazione di questi fastidiosi inestetismi c’è la scleroterapia, una procedura efficace e ben tollerata, ma che richiede alcune precauzioni.
Che cos’è la terapia sclerosante? A che cosa serve?
La scleroterapia (o terapia sclerosante) è il trattamento utilizzato per eliminare le teleangectasie, cioè capillari visibili, e anche le piccole vene varicose, degli arti inferiori. In alcuni casi può essere impiegata anche nel trattamento delle varici della vena safena.
È un trattamento estetico, infatti i capillari in genere non danno sintomi clinici, ma rappresentano solo un inestetismo anche se spesso sono associati all’insufficienza venosa cronica e quindi alla classica sintomatologia di ‘gambe pesanti’.
Come avviene la procedura?
Attraverso un ago molto sottile, viene iniettato nel capillare un farmaco (il più comunemente usato in Italia è l’Atossisclerol) in modo da eliminare il capillare stesso. Il suo principio attivo è il polidocanolo/lauromacrogol ed è disponibile in varie percentuali.
Per raggiungere il risultato, sono necessarie più sedute, perché gli stessi capillari in genere devono essere trattati più volte ed il numero di sedute dipende dalla risposta soggettiva e dal tipo di capillari; un ciclo normale ne prevede mediamente 8-10, a distanza in genere di quindici giorni una dall’altra.
Il trattamento dura circa 15-20 minuti. Al termine della seduta nella sede trattata vengono applicati dei piccoli batuffoli di cotone e dei cerotti che, dopo qualche ora dalla terapia, possono essere rimossi. Inoltre è necessario indossare una calza elastica di medio-alta compressione per i giorni successivi alla seduta. Nei giorni successivi al trattamento verrà consigliato di applicare, nella zone trattate, un gel con azione antiossidante/antiinfiammatoria.
Ci sono raccomandazioni prima di effettuare la terapia?
Innanzitutto, è raccomandabile effettuare il trattamento sclerosante durante il periodo invernale, tra ottobre e aprile-maggio, perché bisogna assolutamente evitare durante il trattamento e nelle settimane successive l’esposizione al sole, che potrebbe determinare la comparsa di fastidiosi inestetismi cutanei, generalmente irreversibili, nelle zone trattate. Un altro consiglio, prima di intraprendere la terapia sclerosante, è di eseguire un esame ecocolordoppler venoso degli arti inferiori per escludere la presenza di una patologia del distretto safenico o del circolo venoso profondo.
È un trattamento doloroso?
La terapia non è in genere dolorosa ed è ben tollerata. La soglia del dolore varia da persona a persona: generalmente si avverte la puntura dell’ago e un bruciore locale dovuto al farmaco iniettato, che comunque dura solo pochi minuti.
La scleroterapia può avere effetti collaterali?
Nei giorni successivi si possono formare dei piccoli arrossamenti ed ematomi nella sede delle punture, dovute al traumatismo della procedura, ma che scompaiono in poco tempo senza bisogno di particolari terapie.
In alcuni casi si possono avere macchie da iperpigmentazione che difficilmente regrediscono.
Un’altra possibile complicanza che si può verificare è la comparsa di capillari molto fini nella sede trattata, detto ‘matting’ cioè chiazze rosse anch’esse suscettibili di trattamento (sclero o laser) con buoni risultati tranne in caso di resistenza.
Ci sono controindicazioni al trattamento sclerosante?
La controindicazione assoluta è l’esposizione al sole per tutta la durata del trattamento e per almeno un mese dopo l’ultima seduta, perché il rischio è che compaiano delle aree di iperpigmentazione nelle zone trattate generalmente irreversibili.
Inoltre la terapia sclerosante è controindicata assolutamente durante la gravidanza e l’allattamento; in presenza di patologie tiroidee e allergie note l’indicazione al trattamento deve essere valutata da caso a caso.
Quando si vedono i risultati? È un trattamento definitivo?
I risultati della terapia iniziano ad essere visibili generalmente dopo la terza-quarta seduta, in quanto bisogna lasciare al farmaco il tempo di agire.
La scleroterapia NON può far sparire tutte le varicosità inestetiche delle gambe, ma può ridurle notevolmente, migliorando l’aspetto degli arti inferiori.
Le malattie del sistema circolatorio, tra le più note e più frequenti ricordiamo l’infarto e l’ictus, costituiscono la principale causa di morte nel nostro Paese, essendone responsabili nel 44% dei casi. Studi epidemiologici hanno permesso di identificare i principali fattori di rischio vascolare (età, sesso, pressione arteriosa, abitudine al fumo di sigaretta, diabete, colesterolemia, obesità, sedentarietà) e ne hanno dimostrato la loro reversibilità: di infarto e di ictus quindi non ci si può né ci si deve ammalare.
Le malattie vascolari possono interessare le arterie o le vene: la causa più frequente di malattia che può interessare le arterie è la degenerazione della parete del vaso che quindi perde la sua naturale elasticità. Spesso nella parete si accumulano sostanze soprattutto grasse (colesterolo) che tendono a restringere o ostruire il lume così come si possono formare depositi di sangue che possono occludere anche in modo rapido il vaso. Se non ci sono altre vie sufficienti di vasi collaterali di supplenza, arriva meno sangue dal cuore all’organo irrorato e una parte di esso o l’organo intero può andare incontro o a deficit momentaneo (Ischemia, Angina Pectoris, Claudicatio) o a morte (Infarto, Ictus, Cancrena). Altra conseguenza possibile della perdita di elasticità dell’arteria può essere la dilatazione o sfiancamento (aneurisma) della parete per cui l’arteria si gonfia come un pallone. Il pericolo maggiore in questi casi è la rottura della parete con conseguente emorragia, shock emorragico e morte immediata.
La principale lotta alle malattie vascolari consiste nella prevenzione che comprende l’informazione e l’educazione per un più corretto stile di vita, per un maggiore controllo dei principali fattori di rischio e per una diagnosi precoce con conseguente trattamento farmacologico o chirurgico.
L’esame EcoColorDoppler (ECD) rappresenta l’esame di eccellenza nella valutazione del danno d’organo vascolare. Si tratta di una metodica rapida e non invasiva, in sostanza una particolare forma di ecografia, che permette di valutare lo stato attuale delle arterie e vene sia dal punto di vista emodinamico che strutturale della parete. Ma perché in sostanza sottoporsi ad un ECD? Per rispondere ci limiteremo ad accennare a quelli più richiesti vale a dire gli ECD di:
Carotidi: le carotidi sono grosse arterie del collo che portano il sangue al cervello; quando si ammalano, vanno incontro a restringimenti fino a occludersi completamente. Le carotidi vengono esaminate essenzialmente per ricercare la presenza di tali restringimenti o di tali occlusioni e pertanto allo scopo di prevenire l’Ictus Celebrale o ischemie.
Aorta Addominale: l’aorta addominale è una grossa arteria dell’addome che, in condizioni anormali, può dilatarsi creando i cosiddetti aneurismi. La Aorta viene quindi indagata essenzialmente per ricercare eventuali aneurismi allo scopo di prevenire una loro rottura e conseguente emorragia.
Arterie Arti Inferiori: in questo caso l’ECD si fa per ricercare restringimenti o ostruzioni complete di queste arterie che possono provocare, nei casi meno gravi, dolore alle gambe e, solo nei casi più gravi e fortunatamente più rari, cancrena.
Vene Arti Inferiori: le malattie delle vene più frequenti sono le vene varicose e le trombosi venose. In caso di vene varicose l’ECD servirà essenzialmente per sapere se tali vene si possono operare, se si devono operare e come si devono operare. Una trombosi venosa profonda non riconosciuta, e quindi non curata, espone il paziente a un rischio non trascurabile di embolia polmonare.
Concludendo l’ECD è un esame indolore e innocuo che consente di esplorare le principali arterie e vene del corpo umano e di diagnosticare pertanto le malattie circolatorie più importanti prima che la malattia si manifesti in modo conclamato e irreversibile.
La neoplasia renale viene il più delle volte diagnosticata in fasi precoci perché l’ecografia addominale è sempre più utilizzata per lo studio di gran parte delle patologie dell’addome. Coglierla quindi “per caso” significa diagnosi precoce e sostanzialmente guarigione quasi certa. A questo si accompagna una importante conseguenza terapeutica. Se il trattamento chirurgico classico è l’asportazione dell’intero rene, la diagnosi precoce permette di rimuovere il solo tumore salvando il rene. Importantissimo! Perché avere un solo rene, si è scoperto, significa avere una maggiore incidenza di complicanze cardiovascolari con possibile riduzione della sopravvivenza.
Milano 11 Aprile 2016 – È dedicata al futuro della professione l’Assemblea annuale dell’ordine degli infermieri Collegio IPASVI Milano-Lodi-Monza e Brianza che si è tenuta il 9 aprile presso l’A.O. San Carlo di Milano. Focus della giornata, una figura alla quale il Collegio destinerà nel prossimo futuro molte risorse, impegno e lavoro: l’infermiere di famiglia.
Ossia l’anello mancante della continuità assistenziale. L’infermiere di famiglia, infatti, va a rispondere a specifiche esigenze che stanno nascendo sul territorio e che inevitabilmente contraddistingueranno, anche in modo marcato, lo scenario sanitario del prossimo futuro.
“La legge regionale 11 agosto 2015 n. 23 – commenta il Presidente del Collegio Giovanni Muttillo – ha ridisegnato la geografia socio-sanitaria della nostra regione istituendo le ATS (Agenzie di tutela della salute) della città metropolitana di Milano con le sue tre articolazioni e ASST (Aziende sociosanitarie territoriali) che prevedono l’accorpamento dei presidi ospedalieri, ASL e distretti. Come Collegio, ci siamo attivati per l’istituzione del servizio dell’infermiere di famiglia e delle professioni sanitarie, inteso come il servizio infermieristico e delle professioni sanitarie singolo o associato a disposizione del cittadino, convinti che questa figura possa davvero fare la differenza rappresentando, come accade già in Olanda, non solo un’occasione di riduzione dei costi, ma addirittura una voce positiva per l’economia della nostra regione. È una figura in cui crediamo, perché realmente in grado di sostenere il cittadino e le sue esigenze, rispondendo anche a una logica di economicità”.
Per la professione, complici tanti e tali cambiamenti e una contingenza socio-sanitaria-economica particolarmente delicata, è un momento cruciale, quindi, in cui possono essere ridefiniti ruoli e funzioni, spazi di autonomia e di competenza, relazioni e responsabilità professionali per riprogettare i processi di cura e assistenza.
Per questo, e per comprendere quale effettivamente possa essere il futuro della professione in uno scenario dai contorni ridisegnati, l’IPASVI di Milano ha attivato, insieme ad altri Collegi Lombardi, una collaborazione con SDA Bocconi. “Attraverso questa iniziativa – aggiunge Muttillo – nel periodo 2016-2018 i Collegi verranno supportati dalla School of Management nella costruzione di un osservatorio permanente sull’evoluzione dello scenario sanitario lombardo, sullo stato di attuazione della riforma, sulle dinamiche in atto che caratterizzano la “questione infermieristica” e sulle esperienze in corso”.
In particolare, la collaborazione mira a proporre schemi interpretativi per analizzare le esperienze innovative in atto, coerenti con le strategie di sviluppo della professione e dei bisogni assistenziali dei cittadini lombardi. Inoltre, scopo del Laboratorio sarà quello di comprendere, condividere e valutare le dinamiche, le tendenze e le forze che attraversano il sistema e le aziende, nonché i fattori che possono influenzare, orientare e condizionare l’azione della comunità professionale.
“Alla luce della nuova legge – commenta Angelo Capelli, vicepresidente della III Commissione permanente Sanità e Politiche sociali – gli infermieri rappresentano la cerniera fra i due mondi: quello ospedaliero e quello territoriale. Fino a poco fa il paziente, uscito dall’ospedale, iniziava il suo calvario e proprio questo vuoto ha fatto sì che siano nati sul territorio numerosissimi punti di erogazione socio-sanitaria non pubblici, sia profit che non. La legge affronta questa incertezza e prevede chiaramente la figura dell’infermiere di famiglia disegnandone lo spazio. Questa, a mio avviso, è un’opportunità di crescita professionale, tenendo in considerazione che il modello proposto favorisce la professionalizzazione e l’eccellenza, ma poi la differenza la fanno le persone”.
La comunità professionale si quindi trova dinanzi a grandi e delicati cambiamenti, in quanto l’applicazione della riforma del SSSR porta con sé, è visibile già in questi primi mesi, problematicità organizzative dovute sia ai previsti accorpamenti, sia alla necessaria ridistribuzione del personale. E qui l’infermiere è una delle pedine in gioco, una figura che potrebbe spostarsi da una dimensione esclusivamente sanitaria a una più orientata al socio-sanitario.
“Per questo – conclude Muttillo – vi è la necessità di un adeguamento degli standard e degli organici, fondamentale per la stabilizzazione. Ed è indispensabile che la professione sia parte di un tavolo permanente, per governare questa fase di cambiamento. Infine, ma non meno rilevante, sentiamo fortemente l’esigenza di una revisione coraggiosa del sistema di formazione: non più diviso per comunità professionali, ma orientato alla continuità assistenziale e finalizzato all’efficacia della presa in carico delle persone. Crediamo che un investimento sulla formazionepiù che una necessità, sia oggi un dovere. Verso la professione e soprattutto verso i cittadini”. (quotidianosanità.it)
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